Le lotte del passato che non hanno raggiunto i loro obiettivi devono diventare le lotte del futuro. È per questo che oggi combattiamo il razzismo, cerchiamo di liberare il mondo dal sessismo, ci opponiamo al capitalismo. È un bene che le lotte continuino, che passino da una generazione all’altra. Vedo i ragazzi e le ragazze che oggi hanno ripreso quelle lotte e mi rendo conto che sono molto più capaci di noi, che hanno strumenti intellettuali migliori dei nostri.

Angela Davis

Sabato scorso ho moderato un panel all’Internet festival di Pisa il cui titolo sembrava contenere in sé la soluzione e il problema, quasi senza necessità di dibattito: “Internet e cambiamento sociale – La mobilitazione di attivisti e cittadini in Italia

Quando si organizza un incontro con un titolo così le risposte sembrano scontate: tutti portano la loro buona pratica e raccontano quanto la tecnologia e la rete abbiano reso accessibile l’attivismo e il volontariato alle masse. And yet, con tutti gli strumenti che abbiamo a disposizione, secondo i dati di Eurostat solo l’11,9% dei cittadini maggiore di 16 anni si dichiara “attivo” nel campo della politica, una definizione che esclude il voto alle elezioni e comprende invece la partecipazione a eventi, l’associazionismo, la firma di petizioni online. In Italia la percentuale scende al 6,3% mentre il paese europeo più “attivo” è la Francia, con il 24,6%.

Probabilmente pochi di noi fanno per tutti gli altri? Sì, se sono come Valeria Villan, specialista in social media monitoring per il Core Team della Standby Task Force, una non profit americana attiva nell’ambito del volontariato digitale in contesti di emergenza umanitaria.

Quando l’ho vista l’ho abbracciata forte. Ci siamo conosciute nella chat di Terremotocentroitalia.info più di un anno fa e non l’avevo mai incontrata di persona. Al festival ha l’aria stanca, le ore di sonno alle spalle troppo poche: “Abbiamo chiuso solo ieri l’ultimo deployment di Porto Rico”, mi spiega. Valeria di notte mappa le crisi umanitarie, di giorno però fa il suo lavoro, come tutti noi. La sua presentazione di come funziona Standby Task Force è illuminante:  l’esperienza nasce nel 2010 con il terremoto di Haiti e ora hanno procedure che gli permettono di attivare volontari di ogni parte del mondo su precisi compiti di mappatura e raccolta dati nelle zone colpite da uragani, terremoti, epidemie (come quella di ebola). L’integrazione con il lavoro delle autorità è completa: “Non prendiamo iniziative per mappare luoghi di nostra spontanea volontà”. Anche per l’uragano Harvey erano coordinati con la Guardia Costiera USA.

Ma se il ruolo di attivista di Valeria e degli altri migliaia di volontari della Standby Task Force è chiaro, anche se complesso – e sicuramente offre molti spunti per la situazione italiana di gestione dell’emergenza sui social media -, con l’intervento di Luca Visone, Head of Digital di Medici Senza Frontiere ci siamo chiesti: rispondere ai commenti razzisti e xenofobi su Facebook può essere considerato attivismo? Luca ci ha raccontato della duplice strategia di MSF in seguito alla crisi che ha colpito le ong presenti nel Mediterraneo con operazioni di soccorso in mare. Accusate di essere complici degli scafisti, le organizzazioni come MSF si sono ritrovate al centro delle polemiche che dal parlamento sono arrivate in tv e poi sui social, dove molti utenti, con pochissime informazioni a disposizione, accusavano i cooperanti di “guadagnare” dal traffico di esseri umani in quanto “taxi del mare”. Da una parte MSF ha sviluppato una comunicazione difensiva per raccontare l’effettivo lavoro nel Mediterraneo, con il portale Search And Rescue, realizzato grazie a un lavoro di data journalism di Code for Africa. L’importanza e il ruolo dei dati come “sostegno” allo storytelling tradizionale è stato anche ribadito dall’intervento di Daniele Fadda, data scientist, e Viola Bachini, giornalista scientifica, che per realizzare il documentario Demal Te Niew,  sulle migrazioni di ritorno tra Italia e Senegal, hanno fatto un’analisi big data sui volumi del traffico telefonico da e verso il Senegal, scoprendo qualcosa di più su come si muovono le persone, con il supporto dell’infrastruttura di ricerca SoBigData e i dati messi a disposizione dalla compagnia telefonica Orange.

Sempre in ottica “rispondere alle critiche” da parte di Medici Senza Frontiere sono stati diffusi video in formato specifico per la distribuzione sui social, e il team digital ha risposto con pazienza a ogni commento di accusa smontando le critiche con informazioni fattuali. Poi però è stata attivata anche una strategia “pro-attiva” di comunicazione, con le card del portale Antislogan, per sfatare “le dieci leggende più diffuse sulla migrazione”, e la diffusione spontanea dell’hashtag #iostoconmsf, per dare spazio anche a chi voleva mostrare il suo appoggio verso l’organizzazione. Per la produzione di questi contenuti è stato fatto un immenso lavoro di ascolto della community: sia le modalità di risposta che le informazioni diffuse avevano una precisa corrispondenza con le critiche (o i complimenti) delle persone online. “Attivo” è stato il ruolo di MSF per tutto il dibattito, su questo non c’è dubbio.

E infine, aspettavo con ansia l’intervento di Matteo Brunati e Erika Marconato, che raccolgono esperienze di civic hacking in Italia attraverso una bellissima newsletter settimanale (prossimamente diventerà un libro): dai meno “tecno-ottimisti” del gruppo mi interessava capire e far capire che l’impegno civico e la partecipazione attiva dei cittadini alla vita democratica del paese non sono *sempre* influenzati dagli strumenti che abbiamo a disposizione, ma dalla comprensione e conoscenza dei problemi, e dalla volontà di attivarsi per trovare una soluzione (non necessariamente tecnologica):

Oggi abbiamo tra le mani Facebook e possiamo aiutare MSF a raccontare la verità sugli sbarchi, se abbiamo conoscenze di mappatura possiamo attivarci con i volontari di Standby Task Force, ma è con l’interesse e la cura per quello che vedo e che vivo ogni giorno che posso fare la differenza, come dimostra la storia della “Madonna dei rifiuti” a Palermo riportata nell’ultima newsletter di Matteo e Erika.

In tutto questo, una certezza finale: il vero pericolo dell’attivismo digitale e del civic hacking non è il cittadino che si ferma davanti a un click con la coscienza a posto, ma che le istituzioni restino a guardare, perché tanto c’è un civic hacker che agisce e risolve i problemi per conto loro. Su questo abbiamo molto da lavorare.

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