Sto cercando di liberarmi dalla dipendenza da Toggl.

Toggl è uno strumento che ti aiuta a misurare le ore di lavoro. Ho cominciato a usarlo a gennaio, perché avevo la sensazione che uno dei miei clienti mi occupasse più tempo di quello per cui venivo pagata. Credevo di lavorare anche 20 ore a settimana per quell’azienda, e invece, grazie a Toggl, ho scoperto che erano meno di dieci, in media.

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Il grafico delle mie ore lavorate a marzo suddiviso in base a progetti e clienti.

Poi ho continuato a usarlo per capire quanto valevano le mie ore come consulente e quanto potevo farmi pagare in progetti futuri. L’ho trovato utile anche per confutare la mia percezione del tempo effettivamente passato “a lavorare”. Sono passata dallo scoprire che la mia giornata lavorativa raramente supera le 8 ore di lavoro. Molto raramente. Quindi ho capito che del tempo “libero” potevo farne buon uso mettendoci dentro altri progetti. Ed ecco il primo segnale di tossicità da metriche del quantified self: c’è dello spazio “vuoto” lo riempio con altro lavoro, come se la crescita del grafico delle ore lavorate fosse un obiettivo sensato da raggiungere.

Nel mio Toggl ci ho messo anche quello che secondo una felice definizione di Mafe De Baggis è “cazzeggio di oggi ma fatturato di domani”. Poi con l’etichetta “contabilità” mi sono resa conto di quanto poco tempo serve davvero per mettere in ordine i propri documenti prima delle scadenze fiscali.

Ad un certo punto però la “dittatura da timer” ha cominciato a prendere il sopravvento. Se avete mai indossato bracciali che calcolano le ore di sonno o i passi giornalieri forse mi capite. Quelle che prima sono “insights”, informazioni utili derivate dall’analisi dei dati, che ci permettono di modificare in meglio il nostro comportamento, diventano fonte di stress.

Mi sono ripromessa “dopo le vacanze di Pasqua smetto“. Ma non attivare il timer mi sembrava come non lavorare.

Ho continuato a usare Toggl per altri dieci giorni. Tornata da un viaggio a Londra ho disattivato il plugin e ho smesso di etichettare il mio tempo, sempre con quella sensazione di fondo che mi faceva dubitare della mia produttività: “ma quindi se non misuro il mio tempo come faccio a sapere quanto vale davvero?”.

Poi oggi ho letto questo, che è il discorso di Paul Ford ai laureati della school of Visual Arts di New York, dove è professore di content strategy:

The time you spend is not your own. You are, as a class of human beings, responsible for more pure raw time, broken into more units, than almost anyone else. You spent two years learning, focusing, exploring, but that was your time; now you are about to spend whole decades, whole centuries, of cumulative moments, of other people’s time. People using your systems, playing with your toys, fiddling with your abstractions. And I want you to ask yourself when you make things, when you prototype interactions, am I thinking about my own clock, or the user’s? Am I going to help someone make order in his or her life, or am I going to send that person to a commune in Vermont?

Il mio tempo di lavoro non è veramente mio. È quello di altre persone, che useranno i miei “prodotti”, nel loro tempo. Questa è una responsabilità – un’opportunità, secondo Paul Ford – che non va sprecata. E che non può essere sempre misurata.

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