A questa domanda ho provato a rispondere a Pisa, alla quarta edizione di Internet festival, in una keynote per introdurre una sezione di eventi dedicata ruolo della tecnologia nelle iniziative di solidarietà per i migranti.

Qui ci sono le mie slide e la riflessione che ho fatto per introdurre gli ospiti:

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Sono partita da questa immagine perché quando viaggio, anche per brevi spostamenti, quando sono fuori casa, non c’è niente che io detesti di più di un cartello di questo tipo appeso fuori dalla porta di un locale.  E non c’è mi faccia più contenta invece di trovare un luogo dove fermarmi, magari dopo aver girato per una città straniera e possa caricare il mio cellulare. Per caricare le mie foto su Instagram, per mandare un messaggio alla mia famiglia a casa. Il telefono è così importante che non lo lascio più in borsa, lo porto con me in mano, anche qui, sul palco. devo tenerlo sotto controllo. Anche se, mi rendo conto, la mia vita non dipende da questo. Non in questo momento almeno. Per altre persone invece è così. Ora, in questo momento. Hanno un cellulare in mano, come me, come voi in sala, e dal suo funzionamento, dalla possibilità di attaccarlo a una presa di corrente, dipende la loro vita.

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Le persone che vedete nella foto sono ragazzi afghani nel campo di Calais, in Francia, il luogo dove molti richiedenti asilo si fermano prima di raggiungere l’Inghilterra. L’ha usata il New York Times in un pezzo del 2015 per spiegare che sì, per i migranti il telefono cellulare è vitale come l’acqua, il cibo e un riparo per la notte. Lo sa bene Nawal Soufi, detta Lady Sos, 28 anni, di Catania, nata in Marocco, che riceve giorno e notte segnalazioni come questa, che lei rilancia su Facebook sperando di ricevere risposte dalla sua rete di attivisti. E risposte ne riceve praticamente sempre per fortuna.

Quest’altra foto invece è stata scattata in Gibuti da John Stanmeyer nel 2013, ha vinto il Word Press Photo nel 2014: siamo in Gibuti, primo stop per migranti eritrei, somali, etiopi che viaggiano verso luoghi più sicuri. La prima cosa che fanno, alla prima tappa, come faremmo tutti noi,cercano il segnale per comunicare con le proprie famiglie.

In Africa il telefono cellulare è molto più che un mezzo di comunicazione, è un conto in banca, puoi usarlo per fare acquisti al mercato, serve per ricevere lo stipendio, è un modo per pagare le tasse.

Non ci immaginiamo che fuori dal nostro mondo la tecnologia possa essere così avanzata, così come non ci immaginiamo che la maggior parte dei rifugiati, oggi, non sono qui in Europa. Noi ne ospitiamo una minima parte, come dicono i dati dell’Unhcr. La maggioranza si ferma in Libano, Turchia e Giordania, dove si trova il campo profughi Zaatari. Lì, un anno fa, l’Unhcr ha cominciato a distribuire non solo cibo e servizi sanitari, ma anche sim card.

Ma non si può affidare tutto alla tecnologia. Rania ha 21 anni, viene dalla Siria, la scorsa estate è stata bloccata a Idomeni, un campo profughi al confine tra Grecia e Macedonia, dove l’unico e sistema per fare richiesta per l’asilo, per i ricongiungimenti familiari o per una ricollocazione può avvenire solo con un appuntamento preso con i funzionari del governo grazie a una chiamata via Skype. Una vita appesa a un filo, o meglio a una connessione molto instabile.

Quando è stato sgomberato il campo di Idomeni, Rania ha deciso di fuggire verso l’Austria, dove è stata arrestata. Poi le hanno dato due opzioni: Dopo  non è andata nel campo militare greco, è stata arrestata in Austria e dopo qualche giorno i poliziotti le hanno dato due opzioni: o tornare in Grecia oppure fare richiesta di asilo in Austria. È quello che ho fatto. Rania è rimasta a Vienna, ora vive in un campo profughi allestito in una vecchia scuola.

La storia di Rania è una storia che dimostra che comunque non è la tecnologia che cambia il mondo, non è la tecnologia che salva le persone.

Sono le scelte che vengono fatte. Quelle dell’Europa per esempio, nella gestione della crisi dei rifugiati, la nostra quando dobbiamo prendere posizione di fronte a questa. Ripartendo dalla tecnologia e da internet, ce n’è una che possiamo fare tutti i giorni, a basso costo: informarci, scavare a fondo delle cose per non restare sulla superficie. Non accontentarci della prima notizia del telegiornale o sulle homepage dei giornali.

Internet ci dà questa possibilità, usiamola.


 

Dopo la mia keynote sono salite sul palco del teatro Verdi delle persone che non solo usano la rete per informarsi, ma per risolvere problemi e migliorare la vita di chi arriva nel nostro paese: Germana Lavagna di Refugees Welcome, il sito che mette in contatto richiedenti asilo e famiglie disposte a ospitarli in casa propria; Bashkim Sejdiu di Infostranieri, app che digitalizza i documenti della PA per rendere più accessibile la burocrazia agli stranieri regolari che vivono in Italia; Fabio Massimo Abenavoli, medico chirurgo, presidente dell’ong Emergenza Sorrisi,che ha presentato un’app utile per chi accoglie i migranti (centri, parrocchie, famiglie) attraverso cui chiedere informazioni sulla loro salute attraverso video, foto inviate a medici dell’ong che rispondono con la loro competenza; John Mpaliza, che ha raccontato da dove arriva la tecnologia che abbiamo tra le mani.

E ho avuto l’onore di intervistare il fotografo Francesco Malavolta, il medico Pietro Bartolo da Lampedusa, il regista teatrale Beppe Gromi con due attori rifugiati Doumbia dalla Costa d’Avorio e Alhassan dalla Guinea Conakry.

Grazie come sempre alla disponibilità e soprattutto alla sensibilità di persone come Adriana De Cesare, Marzia Cerrai e tutta l’organizzazione di Internet Festival.

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