L’aspetto più complesso di un atto di comunicazione di rete è scegliere cosa mettere in relazione. Il fatto che tutto sia linkabile non significa infatti che debba esserlo. Federico Badaloni – Architettura della comunicazione

I limiti delle piattaforme social non sono necessariamente difetti.

Per caricare foto su Instagram devi per forza usare il telefono. Su Twitter (per ora) non si può andare oltre i 140 caratteri. E le regole su cui si basa Snapchat sono così diverse da quelle a cui siamo abituati con gli altri social network che la reazione iniziale di persone abituate a sperimentare qualsiasi strumento, anche per lavoro, è stata quella di rigetto. Perché, a prima vista, non serve allo scopo per cui usiamo le altre piattaforme: condividere status di vario formato con un pubblico ben riconoscibile, farsi trovare online, diffondere contenuti che abbiamo prodotto altrove.


“Dai, mandagli una foto con Snapchat così puoi scrivergli ciao”. 

La frase ascoltata all’uscita da una pizzeria il giorno in cui avevo deciso di ri-scaricare l’app, dopo mesi di “la tengo intanto poi chissà”, riassume lo sconforto di tutti quelli che ancora non l’hanno usata e si chiedono perché dovrebbero farlo. Mi sono chiesta: ma perché questa tizia vuole mandare una foto per scrivere “ciao”? Non può inviare una chat su Whatsapp? E mentre ragionavo in questo modo ho rivisto come in un flash back tutte le volte che, durante un corso su come usare i social media, allievi di qualsiasi provenienza mi chiedevano il perché del doversi sforzare e capire ogni nuova piattaforma: “ho appena aperto un profilo su Facebook, ora devo cominciare pure con Twitter?” [appena aperto: era il 2014, un corso di formazione per giornalisti]

Partiamo dal presupposto che non devi fare niente su nessun social network. Al massimo vuoi fare, per entrare in un territorio inesplorato, per capire cosa c’è oltre la combinazione testo + link + foto o video.

Io ero curiosa.

Quindi, senza saperlo, ad un certo punto ho adottato il metodo Gallizio. Mi ci sono buttata dentro, vomitando arcobaleni e tutto. Sono andata in Senegal e il viaggio l’ho raccontato soprattutto su Snapchat, con tanto di preavviso su Facebook che ha convinto pure mia mamma a scaricarsi l’app, per non perdere gli aggiornamenti della sua figliola in Africa.

Mi è piaciuto, mi sono divertita. Perché i”limiti” di questa app ti impongono di pensare e produrre contenuti in modo diverso da quanto hai sempre fatto. Su Snapchat infatti:

  1. Hai 10 secondi al massimo per diffondere dentro la tua “storia” dei video o delle foto che durano 24 ore.
  2. Per consumare un contenuto devi cliccarci sopra. Non ti “appare” automaticamente nella timeline.
  3. Non puoi cercare storie in base a parole chiave. L’unico tipo di curation è quella dei canali “live” fatta da Snapchat, che raccoglie snap degli utenti in un canale tematico (in questi giorni per esempio era attiva quella sull’inizio del Ramadan).
  4. Non c’è, per ora, la possibilità di condividere link attraverso le storie. Una modalità è quella appena nata con l’app Emoticode: con due emoji si crea un codice e con uno screenshot l’utente è rimandato a un sito. Ma per un utente pigro medio è già faticosissimo. Siamo – per ora – liberi dai link, evviva 🙂
  5. Puoi commentare le storie degli altri, ma solo in privato, nessuno sa chi è collegato con te, né chi e quante persone vedono i frammenti della tua storia e la commentano (quanta libertà da questo “limite”, no?)
  6. Quando fai partire i video, l’audio già è attivo: io guardo le storie degli altri in momenti della giornata dedicati, quando ho degli auricolari a portata di mano. Sono più attenta, sono lì per consumare quel contenuto, non sto facendo altro (come su Facebook).
  7. Se non usi app come Ghostcode, non c’è modo di sapere chi siano e cosa fanno le persone che decidi di seguire. Non c’è modo di avere una “bio” come su Twitter. Ci sei tu e quello che vuoi raccontare di te e del mondo che ti circonda.

E, per finire, l’obiezione a una delle funzionalità di Snapchat, che non è un limite ma secondo me un boost per la tua mente creativa: “È da ragazzini”, “i filtri sono inutili”, “non è serio”. E quindi?

C’è speranza in un movimento di scemenza collettiva. Tutti hanno i medesimi filtri ma ognuno ci gioca in modo unico. Con tutta la serietà di cui siamo capaci nel gioco. – Gallizio / Filippo Pretolani

Ecco. Non volevo spiegarti come usare Snapchat, ma solo farti venire la voglia di provare qualcosa di diverso. Come lavarsi i denti con la mano sinistra.

Letture consigliate:

  • Rocco Rossitto e Gianluca Diegoli che ne hanno scritto bene quando l’uso di tutto noi era molto spontaneo e a casaccio, pure per le aziende (italiane).
  • Marianna Bruschi che ha preparato una guida di base per chi vuole capire le funzionalità senza sforzo.
  • Daria Bernardoni, che per come ne ha parlato mi ci ha fatto riflettere molto (anzi ora vado a rileggerla).

 

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