Fa male sentirselo dire. Soprattutto per quello che ho vissuto in prima persona in questo paese.

Oggi, nel nord del Burkina Faso, terra di scambio tra i popoli della regione saheliana, dove è stata persino creata una “scuola di pace”  per insegnare il dialogo, le persone cominciano a girare armate.

Con i profughi, dal Mali sono arrivate anche le pistole e i kalashnikov. Chi mi ha raccontato di questa trasformazione ha citato un episodio in cui a una signora, facendo la spesa in una boutique di Gorom Gorom, è accidentalmente “caduta” una pistola dalla borsa.

Ecco perché anche il Ministero degli Esteri sconsiglia “viaggi (incluso il transito) nelle province di Oudalan e di Seno e quelle nella fascia (larga una ventina di chilometri) situata a nord delle località di Oursi e di Markoye, a ridosso delle frontiere con Niger e Mali. ”  Esattamente dove nel 2009  ho vissuto due mesi per la mia tesi di laurea sul dialogo interreligioso. E dove sono tornata nel 2010 portando un gruppo di ragazzi per un progetto di scambio interculturale.

Rivedrò mai il Sahel che raccontato in questo reportage? Sogno di sì.

Discutere di cimiteri davanti a un piatto ricolmo di aloco (una sorta di banana salata) fritta e profumata non era proprio quello che mi aspettassi dalla mia prima cena in terra burkinabé. Eppure è così che comincia la mia inchiesta sulle relazioni tra le comunità  musulmane e cristiane del Burkina Faso. Sono a Ouagadougou, la capitale del Paese, e per ora cerco conferme di quella che nel 2004, anno del mio primo viaggio in Africa, mi era sembrata un’eccezionale esperienza di integrazione e dialogo tra culture e religioni diverse.

(puoi scaricarlo in PDF qui)

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