MAUS di Art Spiegelman

“Al momento della sconfitta – e lungi dal voler riscrivere la Storia, sarei il pri­mo ad ammetterlo – oltre agli ebrei avevamo già portato a termine la distruzione di tutti gli handicappati tedeschi incurabili, fisici e mentali, della maggior parte degli zingari, e di milioni di Russi e di Polacchi. […]”

“E i progetti, è ben noto, erano ancora più ambiziosi: per i Russi, la necessaria riduzione naturale, secondo gli esperti del Piano quadriennale e dell’RSHA, doveva toccare i trenta milioni, se non attestarsi addirittura fra i quarantasei e i cinquantun milioni stando al parere discorde di un Dezernent un po’ zelante del­l’Ostministerium. Se la guerra fosse durata ancora qualche anno, avremmo certamente avviato la riduzione massiccia dei Polacchi. L’idea era già nell’aria da un po’: guardatevi il voluminoso carteggio fra Greiser, il Gauleiter del Warthegau, e il Reichsführer, in cui a partire dal maggio 1942 Greiser chiede di essere autorizzato a utilizzare gli impianti di gassaggio di Kulmhof per distruggere 35.000 Polacchi tubercolotici che secondo lui costituivano una gra­ve minaccia sanitaria per il suo Gau; in capo a sette mesi, il Reichsführer gli fece finalmente capire che la sua proposta era interes­sante ma prematura. Probabilmente trovate che vi intrattengo su tutto ciò con molta freddezza: intendo solo dimostrarvi che la di­struzione per mano nostra del popolo di Mosè non scaturiva unicamente da un odio irrazionale verso gli ebrei – credo di aver già dimostrato fino a che punto gli antisemiti di tipo emotivo fossero malvisti all’SD e nelle SS in generale –, ma derivava soprattutto da un’accettazione risoluta e ragionata del ricorso alla violenza per la soluzione dei più svariati problemi sociali, nella qual cosa, del resto, ci differenziavamo dai bolscevichi solo per le rispettive valutazioni delle categorie di problemi da risolvere: il loro approccio era fondato su uno schema di interpretazione sociale orizzontale (le classi), il nostro, verticale (le razze), ma entrambi altrettanto deterministici (credo di averlo già sottolineato) e tali da condurre a soluzioni analoghe in termini del rimedio da adottare.”

Le Benevole (Einaudi, 2007) è un romanzo di Jonathan Littell. E’ scritto come un diario in prima persona con la voce narrante di Maximilien Aue, ex ufficiale delle SS, protagonista di una storia molto conosciuta ma forse raramente presentata dal punto di vista di un carnefice “senza alcun rimorso” e così razionalmente convinto delle sue azioni come Aue.

Qui non è la ‘banalità’ del male a sconvolgere (o scandalizzare) il lettore, ma, purtroppo, la sensazione che di un Maximilien Aue sia impossibile liberarsene, perchè è impossibile liberarsi della capacità dell’uomo di organizzare e diffondere la ‘bontà’ del male come soluzione dei più svariati problemi, per usare le stesse parole di Aue.

Ecco perché un solo Giorno della Memoria non basta, come dice l’hashtag del titolo, diffuso oggi, ma anche nelle settimane precedenti al 27 gennaio, dall’account Twitter di Einaudi Editore: perché le convinzioni di Aue non sono morte con il nazismo. Vivono in altre dittature, in altri stati di polizia, in altri pericolosi contesti di guerra e violenza dove migliaia di persone vengono perseguitate e uccise secondo un drastico “schema di interpretazione sociale”.

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